Lo stress e la pressione sul lavoro aumentano. Al contempo, a Palazzo federale si discutono diversi progetti che potrebbero allentare le vigenti disposizioni a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Nora Picchi spiega perché Syna segue con occhio critico questa evoluzione e perché oggi diritti solidi per i lavoratori sono più importanti che mai.
In occasione dell'Assemblea dei delegati è stata approvata una risoluzione a tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Perché?
Nora Picchi: Attualmente sul piano politico c'è molto fermento. Si avverte la maggioranza di destra borghese in Parlamento. Con diversi progetti si punta ad allentare le disposizioni di tutela o a orientarle maggiormente agli interessi dei datori di lavoro. I temi spaziano dai salari minimi al telelavoro, fino al lavoro domenicale. Ogni singolo progetto può sembrare di natura puramente tecnica, ma l'insieme delinea un quadro chiaro: la protezione delle lavoratrici e dei lavoratori è sempre più sotto pressione. Con la risoluzione lanciamo quindi un segnale forte.
Buone condizioni di lavoro, salari equi e un'efficace protezione della salute non sono privilegi, ma le fondamenta di un mondo del lavoro funzionante. Molti di questi diritti sono stati conquistati nel corso di decenni: non devono essere svuotati a poco a poco.Perché questa evoluzione risulta proprio ora particolarmente problematica?
Perché molti lavoratori e lavoratrici sono già sottoposti a forti pressioni. Negli ultimi anni la pressione sul lavoro, lo stress e i disturbi psichici sono aumentati in modo marcato. Molte persone, dopo il lavoro, sono così sfinite che resta ben poca energia per la famiglia, gli amici o il tempo libero.
In realtà oggi dovremmo discutere di come proteggere meglio i dipendenti. E invece si dibattono progetti che allenterebbero le vigenti disposizioni di tutela. Ciò non rispecchia la realtà di molti lavoratori e lavoratrici.
Prendiamo un esempio concreto: la regolamentazione del telelavoro è attualmente in fase di elaborazione. Dove vede Syna la necessità di intervenire?
Per molte persone il telelavoro fa parte ormai da tempo della quotidianità lavorativa. Più di una persona attiva su tre lavora almeno in parte da casa. È quindi in linea di principio giusto che il legislatore voglia creare regole chiare in materia. Problematica è tuttavia la concreta impostazione del progetto.Dove si annidano i problemi maggiori?
A preoccuparci è soprattutto la prevista estensione della fascia oraria entro cui può essere svolto il lavoro. Oggi il lavoro può in linea di principio essere prestato nell'arco di 14 ore. In futuro questo arco temporale dovrebbe estendersi a 17 ore. In tal modo il lavoro potrebbe teoricamente svolgersi tra le 6 del mattino e le 23 di sera.
Naturalmente ben pochi lavorerebbero per l'intero arco di tempo. Ma è proprio qui che sta il problema. Fasce orarie così ampie rendono più difficile separare il lavoro dalla vita privata. Chi lavora la mattina, durante il giorno si occupa degli impegni familiari e la sera riapre ancora il laptop, finisce col rimanere mentalmente legato al lavoro per l'intera giornata.
Vediamo con occhio critico anche la prevista riduzione del riposo giornaliero da undici a nove ore. Il recupero non è un dettaglio secondario, bensì un presupposto per la salute, la concentrazione e la capacità di rendimento.
I fautori sostengono che in cambio i lavoratori otterranno maggiore flessibilità.
La flessibilità può senz'altro essere un vantaggio. Molte persone apprezzano la possibilità di organizzare autonomamente la propria giornata lavorativa. Ma la flessibilità non deve andare unilateralmente a scapito della protezione della salute. Non tutti i dipendenti dispongono dello stesso potere contrattuale nei confronti del proprio datore di lavoro. Servono pertanto chiari paletti a livello legislativo.
È positivo, ad esempio, che il progetto preveda un diritto all'irreperibilità. Sosteniamo espressamente questa richiesta. Le persone devono avere il diritto di staccare al termine della giornata lavorativa.Non è una contraddizione introdurre da un lato un diritto all'irreperibilità ed estendere al contempo gli orari di lavoro?
Esatto: a che serve il diritto di non essere reperibili, se al tempo stesso crescono le aspettative sulla disponibilità? Fasce orarie di lavoro più ampie e riposi più brevi fanno sì che i confini tra tempo di lavoro e tempo libero si confondano ulteriormente. Ciò mette sempre più sotto pressione la protezione della salute. Il progetto consentirebbe addirittura, per determinate professioni, il telelavoro domenicale senza obbligo di autorizzazione.Non solo nel telelavoro, ma anche nel commercio al dettaglio il lavoro domenicale dovrebbe diventare più facile. Come va valutata questa evoluzione?
La discussione segue la stessa logica: più disponibilità, orari di apertura più lunghi e più flessibilità. Per i consumatori può sembrare allettante. Non bisogna però dimenticare che dietro ogni domenica di vendita in più ci sono persone che devono lavorare. Per questo poniamo sempre la stessa domanda: chi trae vantaggio da questa flessibilità supplementare, e chi ne paga il prezzo?
A nostro avviso, gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori non devono passare in secondo piano rispetto alle aspettative del mercato. Anche oggi la domenica svolge un'importante funzione sociale. Per molte persone è l'unico momento da condividere con la famiglia e gli amici, oltre a essere un giorno importante per il recupero e l'impegno nella società.Per concludere, un altro dossier importante: contro la decisione del Parlamento sui salari minimi è stato lanciato il referendum. Di che cosa si tratta?
Oggi in diversi Cantoni e Città vigono salari minimi legali. Il Parlamento ha deciso che i salari minimi di un contratto collettivo di lavoro dichiarato di obbligatorietà generale debbano avere la precedenza, anche quando sono inferiori a un salario minimo regionale. Per le lavoratrici e i lavoratori interessati ciò può avere conseguenze concrete. Una parrucchiera a Ginevra, ad esempio, guadagnerebbe circa 135 franchi in meno al mese. Non si tratta dunque di un dibattito teorico, bensì di ripercussioni molto concrete sulla vita della gente.
Non si potrebbe obiettare che i contratti collettivi di lavoro dovrebbero semplicemente prevedere salari minimi più elevati?
Un contratto collettivo di lavoro disciplina molto più del solo salario: contiene disposizioni su vacanze, orari di lavoro, termini di disdetta, formazione continua e molti altri temi. Per questo i CCL sono importanti e preziosi.
I salari minimi regionali adempiono però uno scopo diverso: proteggono i dipendenti a basso reddito dalla povertà e impediscono il dumping salariale. Tengono inoltre conto del fatto che in certe regioni la vita è nettamente più cara che in altre. A nostro avviso servono pertanto entrambe le cose: contratti collettivi di lavoro solidi e salari minimi efficaci.
Che cosa significa tutto ciò per i sindacati e per i dipendenti nei prossimi anni?
Ci troviamo di fronte a una fase importante. Molti diritti che oggi paiono scontati sono stati conquistati nel corso di decenni. Tra questi rientrano orari di lavoro regolamentati, periodi di riposo sufficienti, salari equi e la protezione dal sovraccarico.
Questi diritti vanno difesi e sviluppati ulteriormente. In un mondo del lavoro in continua evoluzione a causa della digitalizzazione e delle nuove forme di lavoro, servono sindacati forti e una voce forte a difesa delle lavoratrici e dei lavoratori. Solo così possiamo garantire che il progresso non avvenga a spese delle persone.